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No Tav: sindrome Nimby ma non solo. Sapere locale per pratiche globali

PDF Stampa E-mail Mercoledì 02 Novembre 2011
Professione Studente

TITOLO – No Tav: Nimby ma non solo. Sapere locale per pratiche globali

Federico Bianchi


 

Il movimento No Tav, che si oppone alla costruzione del tratto della ferrovia ad alta velocità Torino-Lione in Val di Susa, è uno tra i più interessanti che si sono affacciati vita sulla scena pubblica italiana. L'etichetta “nimby” (sigla inglese per “Not in my backyard” = “non nel mio cortile”) sorge spesso quasi automaticamente per descriverlo. Ci siamo chiesti se non ci fosse qualcosa di più rispetto alla “semplice” opposizione di un territorio a una decisione presa dall'alto. In particolare, può essere interessante cercare di capire il rapporto tra fenomeni di azione collettiva contro la costruzione di un'opera e le identità culturali dei territori in questione e quanto, attraverso questo conflitto, possano svilupparsi nuove forme di partecipazione politica diretta in contrapposizione, magari, al potere legittimo dello stato centrale. Abbiamo incontrato Claudio Giorno, ambientalista valsusino tra i primissimi promotori del movimento No Tav.


 

La sigla “nimby” sta per “not in my backyard”, “non nel mio cortile”. Il movimento No Tav è spesso presentato dalla stampa come un movimento a difesa egoistica del proprio territorio. Quanto c'è di territorialmente connotato nel movimento No Tav?

Questo modo di definirci – che è uno dei tanti ed è assolutamente legittimo – è più adatto ad alcune fasi del movimento. Per rispondere bene alla domanda bisogna fare un po' di storia. Io colloco la nascita del nostro movimento in un contesto che alcuni di noi hanno partecipato a Trento, ad una riunione organizzata da Alexander Langer, (l'europarlamentare che morì suicida qualche anno dopo, fondatore delle Liste Verdi) a proposito del traffico di transito nell'ottobre 1989. A Trento parlammo dell'ecosistema alpino, non ancora tutelato dalla Convenzione delle Alpi che verrà firmata due anni dopo. Langer, con lungimiranza, aveva ritenuto di porre l'attenzione degli ecologisti e ambientalisti italiani (che erano molto indietro su questi temi rispetto a svizzeri e austriaci, ma anche agli sloveni e francesi) sultema dell'equilibrio complessivo dell'ecosistema alpino e dei danni provocati dal transito delle merci su gomma. In questo senso le basi del movimento nascono al di fuori della valle e in un contesto più ampio. Noi siamo stati comunque un movimento che ha ricercato un'identità territoriale in maniera palese: in questi 22 anni non ci siamo risparmiati nessun espediente per fare in modo che ci si accorgesse di noi. Allora abbiamo perseguito – nei primi anni - un tentativo dichiarato di mettere in piedi un movimento territorialmente connotato e dichiaratamente autonomista, ma non nel senso leghista del termine. Le ragioni locali, spesso se contestualizzate e spogliate degli aspetti più deteriori e più grezzi, di “difesa dell'orticello”, possono avere una dignità straordinaria: la gestione e la comprensione che si può avere di un fenomeno su scala locale è enormemente superiore a quella che si può avere di un fenomeno di scala internazionale o nazionale. Noi siamo in grado, con quella che la Prof.ssa Elena Camino chiamerebbe “scienza post-normale”, di dimostrare – e lo abbiamo fatto in molteplici occasioni – che il miglior geologo non è in grado di comprendere quali sono i rischi a cui può andare incontro uno scavo di galleria, dal momento che lui non è padrone della conoscenza che deriva dal perpetuarsi di più generazioni che hanno vissuto in quel luogo e che si sono tramandati oralmente la memoria di frane, dissesti, alluvioni, che lui neanche con un'accurata ricerca bibliografica sarebbe in grado di ricostruire e di collocare precisamente sul territorio. Magari la bibliografia la trova, ma non è detto che lui riesca a individuare sul territorio con precisione il luogo più critico, la situazione più indesiderabile: il caso Vajont insegna. E quindi a un certo punto abbiamo provato a fondare un movimento autonomista. Lo abbiamo fatto e gli abbiamo dato anche un nome. Abbiamo provato a fare delle serate molto partecipate nelle quali il tema era: “e se ci inventassimo una provincia autonoma alpina?” Questo è evidentemente fuori dal tempo, ma l'idea era quella di uno spazio nel quale rivendicare il diritto a governarci non attraverso la provincia di Torino, che è uno strumento attraverso cui la città di Torino governa dei territori montani senza averne la minima competenza. Non abbiamo però continuato per paura che diventasse un iperleghismo localista. Abbiamo visto persone arrivare che declinavano aspetti di identità locale ma anche chiusura culturale. A noici sembrava invece che il tema che ci stava a cuore, la difesa dell'ecosistema alpino, ma anche la difesa delle finanze pubbliche, fosse più ampio della difesa territoriale in sé.


 

A proposito di questo insieme di conoscenze trasmesse attraverso le generazioni, sembra allora che il movimento No Tav si sia innestato su un'identità comune della Val di Susa. Secondo lei, come si percepivano gli abitanti della valle prima del movimento?

Il movimento No Tav, dal mio punto di vista, nasce su una identità valsusina che non è tanto territoriale ma molto più “sociale”: noi non siamo la Val Pusteria[1], non abbiamo i costumi di cuoio; cominciamo adesso a inventarci il palio di Susa per tenere su il turismo nei periodi più morti ma in realtà da noi robe di questo genere non ce ne sono mai state. L'identità valsusina è nettamente separata tra alta e bassa valle. Nell'alta c'erano persone che magari facevano una vita di stenti, ma sono sempre state proprietarie di un terreno e di qualche capo di bestiame, facevano il latte e il formaggio e macellavano ogni tanto le bestie. Quando l'alta Val di Susa diventa, per l'influenza che avevano gli Agnelli – qui la vicinanza di Torino gioca un ruolo importantissimo –, molto prima che altre valli alpine, un luogo di seconde case e campi da sci, i pochi abitanti dell'alta valle diventano improvvisamente ricchi. É una zona di lavoro stagionale, ma i ragazzi valsusini che lo facevano, avevano la Mini Cooper pur lavorando 8 mesi l'anno, mentre in Bassa Valle c'era il proletariato. Quindi a distanza di pochissimi chilometri l'una dall'altra queste aree geografiche avevano identità profondamente diverse e nasceva addirittura l'astio dei poveri verso i ricchi e viceversa. La Bassa Val di Susa è stata mortificata, prima dalla necessità di relazionarsi con la Francia che Torino ha sempre avuto, e poi dalle prime necessità industriali, che avevano bisogno di forza motrice, che in quel momento era soprattutto l'acqua, e quindi con i cotonifici diventa uno dei primi luoghi di industrializzazione. Poi arriva la crisi dell'industria tessile, che determina le prime lotte operaie, che non sono quelle della Fiat ma quelle del Cotonificio Val di Susa. Questo determina situazioni di tensione e di scontro, nei quali polizia e carabinieri picchiavano già i cittadini, che non erano ambientalisti ma operai che difendevano il proprio salario. E allora incomincia, in attesa della grande migrazione dal Sud, l'immigrazione interna dalla periferia alla città. La valle diventa un luogo di dormitorio per la manodopera Fiat: dalle valli verso Torino si va a lavorare e in valle ci si dorme, magari si conserva l'orto. Dunque la Bassa Valle ha conosciuto anche una grande immigrazione: Bussoleno per moltissimi anni è stata la sede del deposito ferroviario, che era la fabbrica del paese, dove gravitavano 1000 famiglie, di cui la stragrande maggioranza erano immigrate dal Sud. Ecco: l'identità della valle è tutto questo.


 

Ma queste esperienze passano di generazione in generazione?

Beh, inevitabilmente. Siamo figli di ex operai del cotonificio Val di Susa o di operai Fiat. Ed è per questo che in fondo i valsusini condividono un'identità più “sociale” che “culturale”.


 

Gli abitanti della valle erano però consapevoli della propria identità? O magari in un certo senso orgogliosi?

Secondo me erano piuttosto distratti, non erano così consapevoli. E questo perché noi siamo sempre stati una valle estremamente contaminata e di passaggio. Prendiamo la Val d'Aosta: finchè non è stato scavato il traforo del Monte Bianco, pochissimi anni fa, la Val d'Aosta era una valle estremamente chiusa, un'enclave. La Val di Susa invece è sempre stata di passaggio. E poi è la valle più vicina in assoluto ad una città industriale di tutto l'arco alpino, sia sul lato italiano che sugli altri. Ed è una città particolare perche è stata “la” città industriale italiana. Noi siamo sempre stati una valle di transito tra le Alpi e la città: il Col Clapier, dal quale probabilmente è passato Annibale, è stato un luogo di transito molto prima che Napoleone tracciasse la mitica strada del Moncenisio. Non solo: attraverso la strada del Monginevro, ci si collegava a quella che un tempo era la Repubblica degli Escartons [2] , che in valle segnava il proprio confine. Tutta quest'area apparteneva a una comunità linguistica in cui si parlava l'occitano, ma vi sono paesi dell'Occitania come quelli nel Pinerolese, nella Val Pellice, in cui la tradizione linguistica occitana è rimasta molto curata. Da noi invece era una cosa per pochi fissati: fino a pochissimi anni fa che Meana, Chiomonte, Sanbertrand fossero paesi occitani, lo dicevano quattro gatti che coltivavano questa passione per la tradizione linguistica, per le storie e le leggende della Repubblica degli Escartons. Quelli che coltivavano questa tradizione, non sapevano quali fossero le radici. Non era qualcosa che si potesse dire radicata nella cultura popolare. Sentita magari sì, ma di certo non coltivata. Perciò non sarebbe mai nata una lotta identitaria che intendesse rivendicare l'autonomia territoriale culturale in tal senso. Al contrario, vedevo addirittura nell'Alta Valle una disponibilità a esibirsi per come i turisti ci volevano vedere. Quando sono arrivati i primi turisti con gli sci alla moda, questi aristocratici [riferito ai turisti, ndt]avevano piacere a vedere i montanari in questo modo. Eravamo quindi l'esatto contrario di una cosa che rivendicasse con orgoglio le proprie origini. Non eravamo contro i turisti: portavano soldi, compravano i terreni. Improvvisamente da vaccari che vivevano di stenti ci trasformavano in proprietari di un alloggio nel condominio di Sestrière. I turisti dalla città ci hanno beneficiato, specialmente nella parte alta di Val di Susa. Perché avremmo dovuto rinchiuderci e lottare contro la colonizzazione della città? Noi siamo stati colonizzati contenti, a mio personalissimo parere.


 

Eppure vari aspetti culturali legati al territorio valsusino fanno parte dell'iconografia del movimento: uno su tutti, lo slogan più famoso è in dialetto (a sarà dura!). Che influenza ha avuto il movimento sull'identità valsusina?

Tutti questi aspetti nascono dopo il movimento. E nascono su questo tentativo di rivendicare un orgoglio, in un certo senso, rispetto ai torinesi. Il discorso è più o meno questo: voi (torinesi) vi fate abbindolare dai vostri politici che dicono che i valsusini sono stupidi e retrogradi, ma costoro non vi hanno detto e non vi diranno mai che, per esempio, uno degli studi commissionati dall'Ue a una società di ingegneria danese, la Cowi, ha certificato che la quantità di acqua che potrebbe andare persa per sempre nello scavo della galleria di valico è pari a quella che serve per abbeverare una città di 1 milione di abitanti, come Torino. Allora in realtà noi non stiamo facendo una battaglia di retroguardia, di difesa del nostro orticello. Stiamo paradossalmente difendendo anche voi perché stareste molto peggio se foste senza acqua che non se foste tagliati fuori dall'Europa, tanto più che quest'ultimo argomento non è vero assolutamente, perché sulla ferrovia oggi passa quasi un ventesimo di quello che ci potrebbe passare.

Questo tipo di argomentazioni del nostro movimento, di cui ora ho fatto solo un esempio, porta a rivendicare l'orgoglio di appartenenza a un territorio, perché proprio stando su questo territorio che siamo in qualche modo padroni di un sapere, di una conoscenza del territorio, che siamo in grado di contrapporre alle ragioni dei favorevoli. Noi siamo padroni di una cultura, di un sapere, di una conoscenza che loro si sognano. Oggi il panettiere o l'idraulico della Val di Susa sa tutto di quanti camion passano sull'autostrada, sa che stanno diminuendo, ecc. Il vignaiolo di Chiomonte va a confrontarsi con il direttore tecnico dei lavori, che è un geologo, ed è in grado di indicargli precisamente che la frana di cui parla non si è prodotta dove credono loro ma in un altro punto. Abbiamo capito anche i meccanismi attraverso cui le banche ci turlupinano (noi e voi compresi) e ci sentiamo orgogliosi di averlo compreso.

Il tentativo di darci un'identità localista dichiarata ha caratterizzato una fase intermedia del movimento: è evidente che è stato un espediente, poi accantonato. Questa fase intermedia e le dinamiche che nessuno di noi è in grado di governare – perché in questo movimento, specie in questa fase, c'è un grado di spontaneismo molto alto – hanno contribuito a creare questo tipo di atteggiamento. Oggi invece c'è una contraddizione benigna interessante, che incuriosisce e che dovrebbe far riflettere. Sentendo lo slogan “la Val di Susa non ha paura”, che sento ripetere in questi giorni, mi è capitato di riconoscere persone che valsusine non sono, e che li urlavano con molta forza. È evidente che la difesa del bene comune del territorio della Val di Susa non è considerata solo una difesa di quel territorio lì, grazie anche a delle cose che noi cerchiamo di trasmettere da molti anni che tendono a dire: «a noi ci rubano il territorio, ma a voi i soldi: non è un problema solo nostro!». Perciò paradossalmente lo slogan “sono valsusino e non ho paura” diventa condivisibile anche da chi non è nato e non vive in Val di Susa.


 

Sembrerebbe quindi un'identità che si costituisce in contrapposizione a qualcos'altro, rivendicando, in virtù dell'appartenenza al territorio, una competenza e un ruolo fondamentali sulle decisioni. Quanto è compatibile questa spinta partecipativa con il potere dello stato centrale, che rivendica invece un interesse nazionale superiore?

La mia è una provocazione, ma c'è un'incompatibilità totale tra territorio e stato. Mi pare che stia emergendo in questa nostra lunga avventura ventennale, specie nella fase attuale: uno Stato, nelle forme organizzative delle democrazie liberiste occidentali, non può assolutamente permettersi di consentire che movimenti come il nostro possano essere degli interlocutori, pena l'impossibilità di realizzare degli obiettivi che vengono venduti come di interesse nazionale ma che proprio il lavoro sistematico e scientifico che comunità come la nostra sono riuscite a evidenziare negli ultimi anni, riconosciuto a livello accademico, mostrano essere estremamente discutibili. Io non dico che i valsusini siano legittimati a contrapporsi a un interesse determinato da gruppi politici che hanno ricevuto attraverso il voto l'autorizzazione a governare, e quindi a fare anche delle scelte gerarchicamente prevalenti su quelle antagoniste di territori marginali. Ma qui il problema non è tanto di stabilire se noi abbiamo o no la legittimità di contrapporci, ma di stabilire se una minoranza ha diritto, una volta che è riuscita a dimostrare di avere ragione, di ottenere rappresentanza. Ora dico una banalità sapendo di dirla: se parlo dei limiti della democrazia, chiunque è in grado di sostenere che se cento persone si mettono d'accordo per andare a rapinare una vecchietta, la vecchietta è una e le persone che decidono sono cento: è una scelta democratica. In fin dei conti è la maggioranza che ha deciso così, ma non è una scelta giusta. Se noi siamo in grado di dimostrare che questa è una rapina del territorio, una rapina delle finanze pubbliche, anche degli abitanti di Pantelleria, e soprattutto che quello che attualmente esiste in Val di Susa come attrezzature per il trasporto, è in grado largamente di soddisfare i bisogni dei prossimi 50-100 anni (se i trend di crescita, anzi di decrescita, rimarranno tali), allora noi abbiamo diritto di esercitare un contropotere nei confronti del potere dello stato centrale, che acquisisce legittimità non per il fatto di essere stati investiti elettoralmente da un consenso che ci ha qualificati come sindaci o che so io, ma per il fatto, banalmente, di aver ragione.


 

Non soltanto per il semplice fatto di viverci? Di avere lì la propria casa, le proprie radici...?

Bé, direi che il fatto di viverci è più uno strumento, in questo caso, che non un qualcosa che ci offre un diritto. Cioè, ci offre un diritto attraverso il fatto che a noi è stata data, attraverso l'abitarci, una quantità di strumenti e di conoscenza che non sono, come è evidente, nei proponenti di questa opera, che hanno dimostrato spesso di avere tali lacune da un punto di vista tecnico-progettuale che loro stessi hanno ritirato il primo progetto del 2005 ritenendolo inadeguato. Ne hanno fatto uno che è addirittura peggiorativo del primo. Diciamo che quantomeno dovremmo avere diritto a discuterne. Invece la sede della discussione individuata dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri dopo la rivolta popolare del 2005 di Venaus, (l'osservatorio tecnico, quello diretto dall'arch. Mario Viano) è un luogo nel quale sono stati ammessi solo i sindaci che si dichiaravano disponibili ad accettare che l'opera andasse fatta e che quindi potessero esprimere all'interno pareri consultivi atti a correggere il secondo progetto e a individuare le compensazioni, che invece la Val di Susa rifiuta in toto. Da questo discende il nostro diritto di contrapposizione: dall'aver dimostrato, argomentandolo, ed essendo riconosciuti in sedi neutre, di poter essere interlocutori, essendo invece stati esclusi nel momento in cui il nostro dissenso è stato radicale. Questo è una violazione di un diritto gravissimo della democrazia.


 

Un aspetto interessante del movimento No Tav, che lo rende probabilmente diverso dal classico movimento nimby è che ha un ampio catalogo di argomentazioni, che parlano a tutto il paese se non addirittura all'Europa. Ma, al di là di queste ragioni, quanto è determinante, invece, per un cittadino valsusino, il semplice fatto che si sia deciso altrove qualcosa per lui sgradevole? Ammettendo che ci sia un interesse nazionale superiore, sareste comunque legittimati a opporvi, contestando il potere dello stato centrale?

Alle origini di questa lotta, con le caratteristiche di cui parlavo, c'è un aspetto che ho omesso. Fin da subito noi abbiamo detto che questa era una battaglia nimby e che non ce ne vergognavamo neanche un po'. Alcuni di noi erano stati protagonisti in quanto ambientalisti della lotta contro l'autostrada, che era stata una lotta di un piccolo gruppo. E prima che venisse costruita l'autostrada era già stata comunque raddoppiata la ferrovia esistente: non lo sa quasi nessuno ma la ferrovia già esistente non è quella di Cavour, infatti uno dei due binari del tratto più tortuoso di montagna data 1980. Poi, recentemente, è stato costruito il bacino idroelettrico più grande d'Europa, quello del Moncenisio, in territorio francese ma con i rischi che coinvolgerebbero solo il lato italiano. Tutte queste cose che si sono succedute negli anni, in più di 50 anni, hanno determinato che ci fossero delle sorgenti che si seccavano, guai idrogeologici, si sono aggravate le conseguenze delle alluvioni periodiche, frane, ecc. Tutto questo è successo nello stesso luogo in cui avvengono oggi le proteste di massa No Tav. Abbiamo già dato, la misura è colma! Abbiamo detto allora che era del tutto legittimo che gli abitanti di un luogo qualunque difendessero i risparmi di tre generazioni, perché nelle nostre case, che avrebbero perso gran parte del loro valore commerciale, c'erano i risparmi dei nonni, i soldi che ci avevano messo i padri per ristrutturarle e c'erano anche i debiti che probabilmente avrebbero pagato i figli. Quindi se noi difendevamo il nostro cortile, eravamo pienamente legittimati a farlo e se noi legittimavamo l'interesse nostro, locale, rispetto a quello nazionale, erano due interessi legittimi che si contrapponevano: il fatto di essere noi i danneggiati rispetto ad un presunto interesse nazionale che invece avrebbe arricchito tutti i cittadini dell'intero paese, non ci bastava per ritenerci soddisfatti. Semmai doveva essere messa in piedi una procedura sconosciuta non solo in questo paese ma in quasi tutto il mondo, salvo nei luoghi dove ci sono state delle lotte cruente, dove la parola magica non è “compensazioni”, ma “indennizzo”.


 

Quale sarebbe la differenza?

Se io, cittadino, vengo danneggiato e mi dimostri che siamo di fronte ad un supremo interesse nazionale, io accetto di essere danneggiato, mi rammarico per le mie radici e i miei ricordi, ma almeno voglio poter essere indennizzato esattamente come in Francia si indennizza il proprietario di una casa che, per effetto del passaggio di una linea ad alta velocità, viene colpita da rumori e vibrazioni in misura tale per cui il suo valore commerciale crolla: a questo cittadino, allora, in Francia viene offerto di poter essere o indennizzato del disvalore o che la sua casa venga comperata ai costi ante operam. La cosa clamorosa è che, nel meccanismo che noi abbiamo messo in moto grazie alla scientificità del nostro lavoro e delle competenze che abbiamo mobilitato, ci siamo accorti subito di una cosa pazzesca: che non solo a noi nessuno ci aveva offerto l'indennizzo – e quindi neanche l'aspetto nimby era considerato nel modo accettabile da un banale punto di vista di giustizia sociale -, ma che addirittura quest'opera non serviva a nulla e che il motore principale erano speculazione e corruzione. Quindi, quando questo movimento è nato, immediatamente siamo stati contattati da professori del Politecnico (a cui invece erano state offerti fior di soldi per sostenere il contrario) che ci hanno da subito spiegato come l'opera fosse inutile.


 

Note

[1] La val Pusteria o valle Pusteria è una valle delle Alpi orientali lunga circa 100 km, situata tra l'Alto Adige ed il Tirolo Orientale, nella direzione est-ovest tra Bressanone e Lienz. [fonte wikipedia]


 

[2] La Repubblica degli Escartons (o della Grande Charte) era una repubblica federale composta da 5 cantoni (éscartons), estesa entro alcune valli alpine occitane tra Francia e Italia, con capitale a Briançon. Nata nel 1343, termina la sua storia con il Trattato di Utrecht (1713). [fonte: Wikipedia].