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'L'effetto Lucifero' di Philip Zimbardo: un contributo ad una teoria del Male

PDF Stampa E-mail Lunedì 21 Settembre 2009
Professione Sociologo

di Amedeo Cottino

Non più di due decenni addietro, Alan Macfarlane (1987) sosteneva con determinazione che, nella società moderna, si è verificata “the disappearance of evil”. Secondo lo storico inglese infatti, “it is no longer generally possible to conceive of an abstract force of evil” - inteso come – “an aggressive or…a positive force, shadowy, mysterious…not fully understood”. E neppure come caratteristica di certe persone: “the word, when applied to persons, is obsolete. No more this combination of supernatural and natural threats”. Oggi questa affermazione sarebbe difficilmente sostenibile o dovrebbe essere ampiamente modificata. E’ certamente vero che è venuto meno il suo aspetto astratto, metafisico; ma è altrettanto vero che ne sono frequenti nelle rappresentazioni collettive oggi almeno due sue immagini terrene: quella del potere malvagio – si pensi, ad esempio, all’ ‘impero del male’ con riferimento agli Stati ed ai movimenti che, in vario modo, si oppongono alla politica estera americana – quello delle singole persone, persone queste indicate talvolta come ‘le mele marce’. Ecco allora, per un verso, il terrorismo di Al Kaida con il suo massimo rappresentante, lo sceicco Bin Laden e, per altro verso, l’impero del bene, gli Stati Uniti. Attraverso percorsi che sono tutti ancora in larga misura da esplorare, il Male dunque è tornato da noi. Anzi forse, è in noi. Introduco, in tal modo, la ricerca dello psicologo sociale americano Philip Zimbardo (‘L’effetto Lucifero’, Cortina Editore, Milano, 2007), il cui tema è efficacemente reso nel sottotitolo del volume dove l’Autore si chiede come sia possibile che persone comuni possano commettere atti atroci.

Rispondere, come pare essere relativamente frequente, che c’è una banalità del male – parafrasando erroneamente il giudizio che Hannah Arendt esprime su Eichmann – è non soltanto fuorviante ma anche rinunciatario. A mio avviso, la studiosa intendeva con questa denotazione soltanto in apparenza riferirsi ai crimini commessi da Eichmann e dagli altri nazisti. In effetti il termine esprimeva, per un verso, l’urgenza di creare un ponte tra “the unspeakable horror of the acts and the undeniable ridiculousness of the men who carried them out”, e, per altro verso, il bisogno di presentare Eichmann “quale esempio estremo…del facile collasso etico di una società, che proprio nel momento del crollo rivela il significato originario della morale: un codice di norme, di usi e di costumi che possono essere sostituiti con la stessa facilità con cui si scambiano le usanze conviviali” (Forti, 2002). Che il funzionario nazista non fosse mosso né dall’odio né da qualche patologia psichica (come d’altronde si rivelò essere il caso della stragrande maggioranza dei criminali nazisti), rinviava la ricerca di spiegazioni a strumenti altri da quella della psicologia e della psicanalisi. Non a caso, Arendt (1977), riflettendo sulla personalità di Eichmann, afferma l’impossibilità di “ricondurre l’incontestabile malvagità dei suoi atti a un livello più profondo di cause e motivazioni…”. Considerazione ripetuta nel passo famoso dove, a commento delle ultime parole del criminale nazista – “long life Germany, long life Argentina, long life Austria. I shall not forget them” -, essa esplicitamente riconosce che tale retorica non è altro che “…the lesson of the fearsome, word-and-thought-defying banality of evil” (mio corsivo). Ciò che si può rimproverare ad Arendt – se di rimprovero si può parlare – è di non essere andata molto oltre la constatazione che “la coscienza di Eichmann era come un contenitore vuoto; [che] essa non aveva un proprio linguaggio” (1965) e non aver sviluppato l’idea – espressa immediatamente nella frase che segue – secondo cui questo vuoto “articolava la lingua della ‘società rispettabile’”(Ibid.; mio corsivo). Questa urgenza di cercare ‘altrove’ il mistero del ‘Male’ abbandonando l’idea che esso sia riconducibile a caratteristica della personalità non è da oggi: dagli anni settanta in avanti infatti sono numerosi gli studiosi che hanno affrontato il tema del Male. Ma è con Zimbardo – il cui volume contiene anche un’ampia rassegna delle ricerche, soprattutto sperimentali - che la questione viene esplicitamente posta in termini di normalità della malvagità.

La riflessione ha inizio con il riesame di un esperimento da lui stesso condotto quasi quarant’anni prima presso il Dipartimento di Psicologia dell’Università di Stanford. Lo studio, noto come l’Esperimento Carcerario di Stanford, si proponeva di vedere cosa sarebbe successo a dei giovani maschi invitati a svolgere a pieno tempo, e per un periodo di due settimane, i ruoli rispettivamente di detenuto e di agente di custodia in un ambiente il più possibile simile ad un carcere. Va subito precisato che il gruppo prescelto per l’esperimento venne selezionato sulla base di test che ne assicuravano la completa stabilità psicologica: nessun precedente penale o un passato di sostanze psicoattive, e neppure problemi di carattere fisico o psichico. Insomma, persone del tutto normali secondo i nostri standard correnti. Le regole dell’ingaggio, retribuito con una diaria giornaliera di 15 dollari, escludevano tassativamente qualunque tipo di abuso e violenza fisiche nei confronti dei detenuti. L’esperimento, come vedremo più avanti, venne interrotto al sesto giorno.
Va detto che l’interrogarsi sulle ragioni per cui – come dicevo poc’anzi - gente per bene può diventare malvagia, non è soltanto la domanda dello studioso, ma anche del cittadino americano che, come milioni di altri nel mondo, ha visto sfilare sullo schermo televisivo le immagini delle torture e degli abusi inflitti agli iracheni detenuti nella prigione di Abu Ghraib.
Tuttavia, l’idea che anche noi potremmo comportarci come ‘cattivi’, trattando l’Altro come nemico assoluto, come il barbaro degli antichi greci, incontra grandi resistenze. Credere che il Male sia di là dalla linea entro la quale noi tracciamo i nostri comportamenti quotidiani è certamente rassicurante. In realtà, questa sicurezza – argomenta Zimbardo - si rivela falsa quando ci troviamo a vivere situazioni all’interno di un sistema che fa apparire come normale e/o doveroso anche il comportamento più atroce. E’ ciò che è avvenuto con l’esperimento di Stanford dove la situazione è il contesto del carcere, il luogo per eccellenza dove regna un’asimmetria totale tra detenuto ed agente di custodia; il luogo dove, ad esempio, nuove regole vengono introdotte dagli agenti, come quella di costringere i detenuti a chiamare se stessi ed i propri compagni con l‘appellativo ‘bastardo’. In quella prigione si è verificato ciò che Bandura ha chiamato il disimpegno morale (Bandura, 1975) e cioè la disattivazione dell’autocensura morale. Il risultato è duplice: la deumanizzazione dell’Altro percepito “privo di valore” e la disumanizzazione di se stessi. Questa trasformazione è tale per cui non soltanto il mondo si conferma come drasticamente diviso tra buoni e cattivi, ma la distanza tra noi e loro diventa così incolmabile da far venire meno in questi ultimi ogni connotazione umana. “Per me [i detenuti] erano come pecore e non mi importava niente della loro condizione”, afferma Bandy, uno dei finti carcerieri nella sua valutazione a posteriori del ruolo svolto. Eppure Bandy, come peraltro tutti gli altri partecipanti all’esperimento, avrebbe preferito, in prima battuta, fare la parte del detenuto e non quella del carceriere. Ed anche il sergente Fredrick, uno dei torturatori nella prigione di Abu Ghraib - Zimbardo sarà al suo fianco come perito di parte nel processo - è e si raffigura come un individuo ”molto tranquillo, a volte timido, semplice, facile a commuoversi, molto simpatico, nel complesso una brava persona”. Tuttavia, come dicevo più sopra, non è soltanto l’Altro che perde ai nostri occhi i connotati dell’umano. Un processo analogo avviene anche in coloro che sono responsabili della deumanizzazione. Questo è uno dei momenti importanti nella riflessione di Zimbardo che, con grande onestà intellettuale, riconosce e ricostruisce la propria disumanizzazione, frutta quest’ultima del suo doppio ruolo, come scienziato e come sovraintendente del finto carcere. Lo scienziato non deve farsi catturare dalle emozioni e conseguentemente farsi influenzare da ciò che vede. Al tempo stesso e in qualità di massimo responsabile di un istituto penitenziario, egli non vuole o non può vedere ciò che vede. Di fatto egli normalizza, per così dire, la violenza che si svolge sotto i suoi occhi. E’ un eccellente esempio di negazione (Cohen, 2003), l’operazione attraverso la quale la violenza viene interpretata come un mero rigore disciplinare. I giorni passano e malgrado il crescendo degli abusi, l’esperimento continua. E come se da tutte e tre le parti - detenuti, carcerieri e ricercatori - la violenza fosse diventata la regola: soltanto un prigioniero non regge il peso dell’esperimento e chiede di essere sollevato dall’impegno. E’ infatti solo al quinto giorno dell’esperimento che viene dato l’allarme. A darlo, non a caso, è una persona non coinvolta nel progetto. E’ Christina Maslach, allora collaboratrice e successivamente moglie di Zimbardo, che scopre con orrore la sistematica brutalizzazione dei prigionieri. In particolare è il comportamento di uno degli agenti, non a caso ben presto soprannominato John Wayne per la sua durezza, che costituisce la prima fonte di shock. Quel giovane mite e gentile, che lei aveva intervistato poche ore prima, si è ora trasformato in un individuo che urla ed insulta i prigionieri, agitando il simbolo del potere, il manganello. Maslach assiste all’ultima operazione del giorno: la conduzione dei prigionieri al bagno. E’ una processione di esseri umani, con le catene alle caviglie, il capo coperto da un sacco di carta per impedire loro di vedere dove sono condotti (qualcuno si ricorda alcune immagini di Abu Ghraib?). Maslach è sconvolta, ma il suo stato d’animo non è immediatamente condiviso dai membri dell’équipe e neppure da Zimbardo. Anzi, questi mette in dubbio la capacità di Maslach di essere una buona ricercatrice, dal momento che si fa così facilmente prendere dalle emozioni e ricorda di averle detto: “Sono venute dozzine di persone a visitare la prigione e nessuna ha reagito come te” (pp.254-255). La giovane studiosa è furiosa, spaventata, e, rivolta a Zimbardo, sbotta: “Ciò che tu stai facendo a queste ragazzi è una cosa orribile!” (p.256). In particolare “ciò che la turba profondamente è il fatto che Zimbardo appare essere un’altra persona, diversa dal docente gentile premuroso nei confronti dei suoi studenti. Segue uno scontro verbale alla fine del quale – racconta Maslach – “Zimbardo riconosce che io ho ragione, si scusa per il modo in cui mi ha trattato e si rende conto di ciò che progressivamente è successo a lui ed agli altri partecipanti all’esperimento, e cioè che tutti hanno interiorizzato un set di valori distruttivi del carcere che li hanno distanziati dai loro propri valori umanitari “ (ibid.). Il giorno successivo, il venerdì, viene annunciata la fine dell’esperimento.

Abbiamo finora parlato di carnefici e di vittime, ma la storia di questa prigione come quella di ogni carcere è anche una storia di spettatori. Perché, se “alcune guardie si sono trasformate in perpetratori del male, altre guardie hanno passivamente contribuito al male con la loro inerzia” (p.258). Questo ruolo - noto nella letteratura anglosassone come quello del bystander - è di colui che pur non partecipando direttamente agli abusi, non vi si oppone. Un ruolo dunque che ci riguarda tutti (Cohen, cit.) e che richiama alla memoria cronache di indifferenze (Zamperini, 2007), di silenzi complici, di volontà di non vedere, ma anche di vicende esemplari, di chi ad un certo punto ha detto: ‘basta’, ‘ non ci sto più’. Sono questi quelli che Zimbardo, nei capitoli conclusivi del volume, chiama i veri eroi. Persone comuni che non girano la testa dall’altra parte. Proprio come l’infermiere Marco Poggi, in servizio presso la caserma di Bolzaneto, che decide di denunciare le umiliazioni, gli abusi e anche le torture inflitte ai giovani pacifisti che dimostravano nel 2001 contro il G8 a Genova, con la connivenza dei vertici della Polizia e del Governo.
Veniamo ora al secondo elemento esplicativo: il sistema. La dettagliatissima ricostruzione dell’esperimento di Stanford dimostra la falsità della ‘teoria delle mele marce’ - e cioè l’idea che gli orrori della storia presente e passata siano esclusivamente imputabili alle caratteristiche di alcune persone, ‘anormali’ secondo gli standard correnti. L’analisi di ciò che è avvenuto nella finta prigione offre anche l’occasione per ricercare a fondo le responsabilità per gli abusi e le torture che vengono correntemente inflitti nelle prigioni militari americane. Perché – insiste Zimbardo - le situazioni non nascono per caso, ma sono appunto il prodotto di un sistema. Sono i ‘cattivi Sistemi’ [che] creano ‘cattive situazioni’, che creano ‘mele marce’, che creano ‘cattivi comportamenti’, anche in brave persone “ (pp.610-611).In altre parole, “i sistemi forniscono il supporto istituzionale, l’autorità e le risorse che permettono alle Situazioni di funzionare” (p.342).

A questo punto l’Autore passa dal ruolo di studioso a quello di Pubblico Ministero e mette in stato di accusa l’intero apparato militare e politico degli Stati Uniti. L’Autore, dopo aver passato in rassegna sia le numerose inchieste condotte dall’Esercito nelle carceri militari in Iraq, Afganistan e Cuba che i rapporti di agenzie indipendenti come Amnesty International conclude, citando Human Rights Watch, che “la tortura e gli abusi hanno avuto luogo non solo ad Abu Grahib ma anche in decine di altre strutture carcerarie nel mondo…” (p.557). Ma non si tratta soltanto di una complicità diffusa ai massimi livelli delle forze armate: esiste un preciso mandato governativo. Le mele marce vanno cercate nella stessa élite del potere: sono George Tenet – l’allora Direttore della CIA – Donald Rumsfeld, ministro dellla Difesa, il vice-presidente Cheney, il presidente G.W. Bush. Parliamo, si noti bene, non di persone che hanno svolto il ruolo passivo di ‘spettatori’, ma di individui che hanno consapevolmente costruito e gestito l’organizzazione degli abusi e delle torture. Un esempio per tutti: la corrispondenza tra le direttive impartite da Rumsfeld, quali il denudamento o l’uso dei cani per indurre stress, per preparare i detenuti agli interrogatori, e le atroci immagini che ci sono pervenute dal carcere iracheno. Sono dolenti ma ferme le conclusioni di Zimbardo che, nella loro laconicità, vanno riprodotte per intero: “I semi dei fiori del male che sono sbocciati nell’oscura prigione segreta di Abu Ghraib sono stati piantati dall’amministrazione Bush nello schema triangolare di presunte minacce alla sicurezza nazionale, paura e vulnerabilità dei cittadini e ricorso alla tortura per vincere la guerra al terrorismo” (p.597). Pertanto, e più in generale, “gli individui che svolgono un ruolo chiave in un sistema che intraprenda una condotta illegale, immorale, contraria all’etos, dovrebbero essere ritenuti responsabili, malgrado le pressioni situazionali che ricadono su di loro” (p.605).
Restano ancora tre ordini di considerazioni. Con la prima mi limito a chiedermi se il modello teorico di Zimbardo avrebbe acquisito un rigore ancora maggiore attraverso un confronto con altri studiosi come, ad esempio, Stanley Cohen (2001) che si sono occupati di negazioni e, più in generale, alla letterature sulla responsabilità (Zamperini, 2000). Ciò avrebbe suggerito un’attenzione ancora maggiore alla cultura istituzionalizzata della violenza, come quella che si esprime nel codice di onore del soldato americano il cui compito, a differenza di quello indicato dagli altri codici militari europei, è di distruggere il nemico (Yakovleff, 2007). Il secondo rilievo riguarda il fatto che né nella prefazione, né nella quarta di copertina si fa cenno alcuno al cattivo sistema come responsabile nel creare le cattive situazioni. Si tratta di un’omissione che fa un duplice torto all’Autore: il suo pensiero viene rappresentato in maniera parziale e dunque scorretta; se ne tace, di conseguenza, l’atto di accusa rivolto al governo degli Stati Uniti per l’impiego sistematico della tortura. Né la quarta di copertina si rivela più corretta sotto questo profilo. E la scorrettezza torna nuovamente in ballo quando ci si confronta con la traduzione. Potrei naturalmente segnalare qua e là errori, imprecisioni ed omissioni che diventano, tuttavia, di importanza relativamente secondaria a fronte del fatto che interi paragrafi o parti di essi - senza che se ne sia fatta menzione alcuna né nella prefazione italiana né in quella di Zimbardo - sono mancanti nella versione italiana. Si tratta di decine e decine di pagine del testo originale. I tagli, di capoversi, di pagine o di interi paragrafi, apportati nei capitoli 11-16, ad una prima analisi, non sembrano seguire una particolare logica. Spesso mancano interi paragrafi; talvolta si fanno degli accorpamenti. Talaltra ancora si modifica il titolo. Ad esempio “La guerra in Vietnam, le guerre in Iraq, le donne sul fronte di casa” dell’originale inglese diventa “La guerra in Iraq”. Infine sorprende l’inserimento di un paragrafo ex novo intitolato “Una salvatrice di ebrei dai nazisti”, dove si narra di una donna polacca “che ha salvato quasi 2500 bambini da morte certa.” (p.649).
Ciò detto, e malgrado il rammarico per le gravi scorrettezze dell’Editore, il non leggere questo libro importante farebbe torto al grande impegno di Philip Zimbardo.